giovedì 5 dicembre 2013

SE HAI DUBBI SULLA GENUINITÀ DI UN PRODOTTO ALIMENTARE RIVOLGITI AI NAC DEI CARABINIERI!


DUBBI SULLA GENUINITÀ DI UN PRODOTTO ALIMENTARE? RIVOLGITI AI NAC DEI CARABINIERI!

I NAC (Nuclei Antifrodi Carabinieri) sono un Reparto Specializzato dell’Arma dei Carabinieri che fa  capo al Ministero delle politiche agricole e forestali. I compiti del Reparto consistono nel combattere le  frodi comunitarie  e l’ “agropirateria”, con particolare riguardo alle contraffazioni dei marchi di qualità e del “Made in Italy” alimentare.
Nel caso nutriste dei dubbi sulla regolarità di un prodotto o voleste chiedere informazioni on esitate a 
contattare i NAC:
telefonando al numero verde 800 020320
inviando una mail a: 
mentre per informazioni generali è possibile consultare il sito istituzionale del Reparto al  linkhttp://www.carabinieri.it/Internet/Cittadino/consigli/tematici/ 

Per casi gravi e urgenti ci si può rivolgere anche ad una delle oltre 4600 Stazioni Carabinieri. 

EQUITALIA: CARTELLE RATEIZZATE IN 10 ANNI


EQUITALIA: COME FARE PER PAGARE IN 10 ANNI
Istruzioni per usufruire della rateazione a 120 rate

La possibilità di pagare i propri debiti con Equitalia fino a 10 anni è ora realtà! 

È stato infatti pubblicato nella Gazzetta ufficiale il decreto attuativo che ha modificato le modalità della riscossione e della rateizzazione di Equitalia, estendendo quest’ultima da 72 (6 anni) a 120 rate (10 anni).
Naturalmente la rateazione di una qualsiasi cifra richiede la redazione di un piano di rientro dal debito con nuovi importi che la famiglia sia in grado di onorare.

Nel contesto di Equitalia, vigono due rateazioni:

•la rateazione a 72 rate con un piano di rientro ordinario
•la rateazione a 120 rate con un piano di rientro straordinario

Chi può presentare la domanda 

•Sia i consumatori che le aziende

A chi si presenta la domanda

•Direttamente a Equitalia, che è il concessionario pubblico della riscossione nel nostro Paese.

Quali criteri per accedere alla rateazione a 120 rate

Conditio sine qua non è che l’indisponibilità a pagare del richiedente sia la diretta conseguenza della drammatica congiuntura economica e non di comportamenti irresponsabili del consumatore.

La regola pratica per che può accedere e chi no è che:

•il rapporto tra l’importo della rata e il reddito (documentato dal certificato ISEE) sia superiore al 20 per cento.

Qual è l’importo delle rate

•La rata minima è, salvo eccezioni, di 100 euro
•Le rate sono di importo costante

Quando decade la rateazione

•Dopo il mancato pagamento di 8 rate anche non consecutive

È possibile prorogare la rateazione?

Sì. Nel caso in cui si chiede una rateazione a 120 rate, bisogna documentare l’effettivo stato di bisogno.

Rateazione e ipoteca

In caso di ottenimento della rateazione, Equitalia non può procedere all’ipoteca.

Rateazione e pignoramento

Pignoramento casa:

•prima casa impignorabile (tranne per le abitazioni di lusso), se è l’unico immobile di proprietà del richiedente.

Pignoramento stipendio:

•ultimo stipendio impignorabile

lunedì 21 ottobre 2013

INTERESSI USURAI: ANCHE LA POLIZZA A GARANZIA DEL MUTUO RIENTRA NEL CALCOLO


INTERESSI USURAI: ANCHE LA POLIZZA A GARANZIA DEL MUTUO RIENTRA NEL CALCOLO
La Corte di Appello di Milano in favore dei clienti delle banche

La Corte di Appello di Milano, con sentenza n. 3283 del 2013, ha stabilito che la determinazione del tasso soglia ai fini della verifica dell’usura deve essere effettuata tenendo conto di tutte le spese relative al contratto di finanziamento. 

Nel caso di specie, già il giudice di primo grado aveva dichiarato nulle le clausole di un contratto di finanziamento relative agli interessi, in quanto il TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) non teneva conto di tutte le spese relative al contratto: in particolare, erano state escluse le spese riguardanti la polizza assicurativa a garanzia del rimborso del mutuo.

La Corte di Appello, seguendo la linea interpretativa del giudice di primo grado, ha respinto l’appello della società finanziaria e ha chiarito che “la determinazione del tasso ai fini della indagine sulla usura deve essere condotta tenendo conto di commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse solo quelle per imposte e tasse collegate alla erogazione del credito. Ritiene la Corte che, in tale prospettiva debba essere ricompresa nel calcolo del tasso praticato anche la polizza assicurativa finalizzata alla garanzia del rimborso del mutuo, atteso che essa è condizione necessaria per l’erogazione del credito ed attesa altresì, la sua natura remunerativa sia pure in via indiretta, per il mutuante.”

TRENO IN RITARDO PER “CAUSA DI FORZA MAGGIORE”? SI AL RIMBORSO


TRENO IN RITARDO PER “CAUSA DI FORZA MAGGIORE”? SI AL RIMBORSO
La Corte di Giustizia Ue interviene con una sentenza in favore dei viaggiatori

Importante pronuncia della Corte di Giustizia europea sui diritti dei passeggeri ferroviari, in particolare sul diritto al rimborso del prezzo del biglietto in caso di ritardo del treno.

Decidendo sul ricorso di un cittadino austriaco, la Corte ha chiarito che, come prevede il Regolamento sui diritti e gli obblighi dei passeggeri nel trasporto ferroviario, il passeggero che subisce un ritardo pari o superiore a 1 ora può sempre chiedere il rimborso (parziale) del biglietto.
Rimborso che corrisponde almeno al 25% del prezzo del biglietto, nel caso di ritardo compreso tra 60 e 119 minuti, e al 50% nel caso di ritardo di 120 minuti o superiore. 

Nessuna eccezione, quindi, per i casi in cui il ritardo sia dovuto ad un caso di forza maggiore, cioè per una causa del tutto estranea alla compagnia ferroviaria. Di conseguenza, le compagnie non possono neanche inserire, nelle proprie condizioni contrattuali, nessuna clausola che le esoneri dal rimborso al verificarsi di circostanze del genere.

Ciò che può essere escluso, nel caso di ritardo dovuto a forza maggiore, è solo il diritto al risarcimento del danno (in base alle regole uniformi dei contratti di trasporto internazionale) ma non il rimborso parziale del biglietto.

BANCHE, ACCESSO AI DATI PERSONALI ENTRO 15 GIORNI


BANCHE, ACCESSO AI DATI PERSONALI ENTRO 15 GIORNI

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 18555/2013, ha sancito il diritto del cliente bancario a ricevere in tempi brevi le informazioni circa il contenuto delle segnalazioni negative emesse a suo carico dagli istituti di credito.

Nello specifico, la Corte si è pronunciata sul caso di un cliente che aveva inoltrato ad una banca – senza ricevere risposta – un’istanza di accesso ai propri dati personali, temendo di essere stato segnalato alla Centrale Rischi della Banca d’Italia.

Richiamando la giurisprudenza recente, la Corte ha confermato che la richiesta di accesso ai propri dati personali deve essere soddisfatta “senza ritardo” da parte del soggetto destinatario, titolare del trattamento dei dati stessi. Più precisamente, ha stabilito che il cliente ha diritto a ricevere una risposta della banca entro 15 giorni: termine considerato “congruo” anche per mettere a disposizione dell’interessato la documentazione che contiene le informazioni richieste (il titolare del trattamento, infatti, non può limitarsi a dare una mera conferma dell’esistenza dei dati).

Il termine di 15 giorni richiamato dalla Corte (previsto dal D.lgs. 196/2003) ha infatti lo scopo di "garantire, a tutela della dignità e riservatezza del soggetto interessato, la verifica dell'avvenuto inserimento, della permanenza, ovvero della rimozione" di dati personali, e ciò indipendentemente dalla circostanza che gli eventi in questione siano già stati portati in altro modo a conoscenza dell'interessato. Verifica che, secondo la Corte, può essere attuata “mediante l’accesso ai dati raccolti sulla propria persona in ogni e qualsiasi momento della propria vita di relazione”.

sabato 5 ottobre 2013

Flussi migratori: vittime e mandanti


di Federica Poddighe e Gianni Dessi - 05/10/2013

Fonte: testelibere 

 


Gli avvenimenti tragici di questi giorni, nel rammarico per l'ennesima strage nel Mediterraneo, riporta drammaticamente alla ribalta l’emergenza degli sbarchi di immigrati clandestini sulle nostre coste. Già questa estate, con la visita del Pontefice a Lampedusa, così come i precedenti disordini scoppiati fra immigrati e abitanti dell’isola. Sebbene pochi si siano soffermati su questo aspetto, si deve sottolineare come le parole di solidarietà, fratellanza indirizzate dal Papa agli immigrati e le sue manifestazioni di gratitudine e lode verso gli abitanti dell’isola per l’accoglienza ai più sfortunati, non possano che scontrarsi con una realtà che nella piccola Lampedusa mostra ormai i suoi effetti più drammatici. Perché, come era inevitabile che accadesse, si sta assistendo ad una contrapposizione fra “disperati”. Da una parte la disperazione di chi lascia la propria terra (uomini, donne e bambini) nella speranza di un futuro migliore e di una vita più dignitosa e si ritrova a sostare per un periodo indeterminato in centri di prima accoglienza assolutamente inadeguati per capacità di contenimento che, di conseguenza, finiscono per assumere le caratteristiche di “lager” in cui gli occupanti versano in condizioni igieniche e di vita inaccettabili. Dall’altra la disperazione di una piccola isola che ha sempre vissuto di turismo che si trova a fare i conti con un’emergenza umanitaria che la sovrasta e rispetto alla quale gli abitanti si sentono abbandonati a se stessi.
Perché se le parole “solidarietà” e “accoglienza” hanno un proprio, nobile significato quando si parla di scelte circoscritte, di situazioni contingenti, di numeri contenuti, di fronte allo spostamento – ormai in atto da tempo – di grandi masse di individui, da una parte all’altra del mondo, questi concetti divengono inadeguati. Opportuno appare, pertanto, il richiamo ad un comune senso di responsabilità, che non investa unicamente le località o i Paesi di immediata destinazione degli immigrati e opportuna appare anche la menzione del concetto di “globalizzazione dell’indifferenza”: non si può, infatti, affrontare concretamente il problema dei flussi migratori senza comprenderne a fondo la vera natura e le cause che lo generano.
Qualunque ipotesi di intervento sul dramma degli sbarchi massivi di immigrati sulle coste del Mediterraneo non può prescindere dalla constatazione che i flussi migratori sono l’effetto diretto dell’attuale modello di crescita e sviluppo capitalistico e ad esso sono strettamente funzionali. In passato, dalla campagna alla città, poi dal meridione al settentrione; oggi, dal sud del mondo verso i paesi industrializzati ormai in declino. Qualcuno ha voluto vedere in questo fenomeno una sorta di contrappasso dell’esperienza colonialista europea nei Paesi di provenienza dei flussi migratori, ma questa lettura induce ad un errore di fondo (ammesso che di errore si tratti..) sostanziale e pericoloso: l’idea che tale esperienza colonialista possa considerarsi archiviata. Non è così, a nostro avviso: i flussi migratori massicci garantiscono ad un sistema condannato alla continua espansione manodopera a bassissimo costo e nuovi consumatori, in concomitanza con l'avanzare della globalizzazione e la sua necessità di operare su mercati globali. Questo disegno è perseguito dalle èlite politico-finanziarie, facenti capo alla grande finanza mondiale, che attualmente si identifica con le potenze di Usa, Israele e i loro alleati/satelliti - occidentali e non - tra cui anche l'attuale Unione Europea. La strategia per la creazione di un unico mercato globale, dove poter imporre un monopolio politico, finanziario, economico e culturale, mira ad ottenere dapprima il controllo economico e politico sulle nazioni e poi abbatterle definitivamente, eliminando ogni ostacolo alla sua realizzazione. E qui entra in gioco il concetto di “neo-colonialismo”: il mezzo utilizzato per la realizzazione del suddetto fine è quello delle leve finanziarie e militari: la generazione artificiosa e il possesso del debito, da una parte; l'azione militare diretta e - in alternativa - la creazione del caos permanente mediante il finanziamento e l'innesco di guerre civili e secessioni, dall’altra, in specie nel caso in cui il Paese oggetto di “attenzioni” non si presti facilmente e volontariamente al primo mezzo di coercizione. Al controllo "de facto", segue l'inevitabile depredazione delle risorse naturali e delle capacità produttive, ivi compresa la forza lavoro, sfruttata sia impiantando in loco le produzioni a basso costo (delocalizzazione), sia incentivando esportazione di manodopera verso i Paesi ad economia "avanzata".
E’ questa politica predatoria che, non consentendo alle popolazioni del sud del mondo di poter vivere delle proprie economie, esercita quella fortissima pressione - anche propagandistica - volta a spingere enormi masse di individui a cercar miglior fortuna altrove, affidandosi quasi sempre a efferati contrabbandieri di carne umana, pronti a disfarsi del loro carico, una volta ricevuto il pagamento e qualora lo stesso possa risultare per loro compromettente.
Gli effetti per le società coinvolte, sia quelle di destinazione che di partenza dei flussi, sono devastanti. Oltre a generare impoverimento e dipendenza economica nelle zone d’emigrazione, producono squilibri ed effetti analoghi nelle società di approdo: destrutturazione delle società autoctone, ribaltamento di modi di vita e produzione, annientamento delle diversità culturali e dei modelli politici nazionali da essa espressi.
Infatti, nei luoghi di destinazione dell'immigrazione, l’effetto che si viene a produrre è duplice:

- Dal punto di vista sociale, l’inevitabile appiattimento delle culture e delle tradizioni, in favore di un nuovo “meticciato” mono-culturale improntato su un unico modello consumistico ( leggersi il piano Kalergi illumina..);
- Dal punto di vista economico, si alimenta il cosiddetto “dumping sociale”.
Quest’ultimo fenomeno viene ben sintetizzato nelle parole di M. Pallante, che lo definisce come quella pratica che “ consente di instaurare una concorrenza al ribasso delle paghe, mettendo appunto in competizione la classe debole e ricattabile composta sia da immigrati che da autoctoni, avviando una guerra tra poveri con un ulteriore aggravamento dell'impoverimento generale, piuttosto che di un aumento di benessere in favore dei nuovi arrivati”.
In definitiva, il fenomeno migratorio è da considerarsi parte integrante di una complessa strategia finalizzata a generare la completa dipendenza dei popoli dai possessori delle materie prime e della produzione, sempre più concentrati in pochi oligopolisti mondiali.

Proprio l’opposizione alla nefasta e criminale globalizzazione - nonché alle cosiddette “politiche dell’accoglienza ed integrazione”, veri e propri palliativi ad essa funzionali – può e deve essere il fattore decisivo nel contenimento dei fenomeni migratori che hanno raggiunto ormai proporzioni inquietanti.
Se possono essere fatte salve le parole di fratellanza per i nuovi arrivati e di pietas per le innocenti vittime di questo ignobile traffico di esseri umani, pronunciate nella sua veste di capo religioso da Bergoglio, non può non ritenersi pericoloso, oltreché pretestuoso, l’indirizzo in materia di immigrazione, dell’attuale governo italiano, l’ennesimo istituito per conto terzi.
Le attuali condizioni economiche del Paese, infatti, non possono assolutamente garantire la possibilità alla nostra provata e compromessa situazione economica la capacità di farsi carico dell’accoglienza entro i propri confini di massicci flussi migratori di persone a cui assicurare condizioni di vita dignitose e non la certezza di un’esistenza ai margini della società, ovvero della legalità. Per identiche ragioni appara chiaramente impraticabile e insostenibile su larga scala la via dello ius soli , ovvero il riconoscimento automatico della cittadinanza italiana ai nuovi nati nel territorio nazionale, sebbene da genitori stranieri. Diritto, giova ricordarlo, riconosciuto perlopiù unicamente in quei Paesi (America del Nord e del Sud; Australia) che sono stati popolati a seguito della massiccia immigrazione, voluta e invogliata, ma sempre gestita e controllata. Nazioni giovani, ricche di opportunità e risorse, che necessitavano di manodopera, cervelli, capitali e lavoratori per lo sviluppo economico. Paesi che non hanno esitato a sterminare le popolazioni autoctone (Indiani D’America, Maori, etc) per soppiantarle con masse allogene in cerca di fortuna e più funzionali al progetto di fondo.
In ogni caso, la nostra situazione è ben diversa, se non opposta. Quali garanzie potrebbe assicurare ai nuovi venuti o ai nuovi nati stranieri un Paese come l’Italia in cui gli stessi indigeni - falcidiati dalla crisi indotta e dalle politiche economiche e monetarie scellerate - si vedono costretti a sopravvivere a malapena, assistendo - tra fallimenti e suicidi - all'erodersi di tutte le minime conquiste sociali faticosamente raggiunte nel corso di decenni?
Come mai, le stesse forze che hanno creato ciò, ci inducono, con violenza verbale e giudiziaria, ad accettare politiche immigratorie illogiche e suicide?
I nostri Ministri Kyenge e Boldrini, votate alla causa mondialista ben più che a quella italiana, non passa giorno che non ci ricordino che “l’immigrazione è una necessaria risorsa” e che “siamo un paese di vecchi (razzisti), da ringiovanire”. Guai a dire o pensare il contrario. E’ vero che siamo un paese destinato ad invecchiare, come è vero che l’incertezza economica e la mancanza di tutele adeguate alla maternità e alla famiglia ne sono la causa principale. L’azione culturale disgregatrice dell’unità familiare, il disprezzo per la donna madre e casalinga, espresso dalla Presidente Boldrini ne è un chiaro esempio.
In Italia, a maggio 2013, il tasso di disoccupazione è stato pari al 12,2%, + 0,2% rispetto ad aprile 2013. Gli inoccupati salgono a 3.140.000 (ISTAT 1 luglio 2013). La disoccupazione giovanile (15-24 anni) a maggio 2013 è stata pari al 38,5%. I "Neet" (Not in Education, Employment or Training), cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano un occupazione, sono arrivati a oltre il 23%. Servono altri giovani stranieri per cosa, se non per aumentare la disoccupazione giovanile, precariato e concorrenza al ribasso?
Il 53% degli italiani non riesce a mantenere la famiglia con il suo reddito ed il 77% dei pensionati percepisce meno di mille euro al mese. Vantiamo “8,2 milioni di poveri , quasi 4 milioni mangiano grazie ai pacchi alimentari”. Potremo snocciolare decine di freddi dati statistici, ma basterebbe stare tra le persone normali per capire la situazione. Il “buonismo” ingannevole, non risolve e non affronta il problema, ma lo aggrava volutamente e scientemente.
In questa situazione, non è lontanamente pensabile il poter garantire una vita dignitosa, lavoro e stato sociale, a masse di indigenti che si riverserebbero in Italia con irrealizzabili aspettative e speranze, si creerebbe unicamente una corsa al ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro, una massa povera disposta ad accettare tutto, costringendo alla medesima abnegazione anche gli stessi italiani.
La frustrazione e la delusione (palesi nei ripetuti episodi di violenza e rivolta già verificatisi e richiamati in parte anche in premessa), si trasformerebbero in elementi di costante tensione sociale, con l’inevitabile formazione di sacche di emarginazione, da cui attingerebbe manovalanza la criminalità e il lavoro nero.
Il progressivo depauperamento e forse l’annullamento finale dei servizi, soprattutto socio – assistenziali, sarebbe generalizzato, dall'istruzione alla sanità. Per non parlare della reciproca perdita di identità culturale e del pericolo dell’esasperazione e del fanatismo religioso che in queste situazioni di disagio si diffonde e prospera. Un pericolo molto più concreto di ciò che non si creda, su cui bisogna vigilare, pur evitando qualunque stereotipo razzista, xenofobo e islamofobico .
Quando poi, in questo quadro di desolante disperazione e malessere, si spacciano per soluzioni del problema provvedimenti come: “riservare posti di lavoro agli immigrati” (cit. Kyenge), “favorire gli immigrati nell’assegnazione degli alloggi comunali”(es. Ravenna e Trento) o riservargliene di nuovi (es. Cagliari), giustificarne i reati (es. Kabobo) e assolverne gli autori, fornirgli i diritti senza chiedere mai i doveri…. Siamo di fronte ad una sgradevolissima discriminazione al contrario ( se mai esistesse un "giusto" verso, e così ovviamente non e'), tendente in maniera evidente ad alimentare solo l'odio e il razzismo, in una guerra tra poveri destinata a creare fratture e scontri sociali. Siamo davanti ad una vera e propria incitazione all’odio razziale e alla guerra civile.
Non interrogarsi sulle conseguenze di un simile progetto, è un lusso che il popolo italiano non si può proprio permettere. Tornare indietro, sarà impossibile.
Riteniamo, infine, che se è corretto che, chi cerca asilo politico e rifugio nel nostro paese debba essere accolto e messo nelle condizioni di vivere con dignità e rispetto, è anche vero che bisogna denunciare, con forza e senza ipocrisia, il mercato degli schiavi che si nasconde dietro un diritto umanitario di facciata, voluto e fomentato ad arte. I migranti vengono, infatti, recuperati ai margini del mare territoriale libico, portati in Italia, successivamente mantenuti dai contribuenti, e poi lasciati al loro destino. Un vero e proprio business non nascosto della forza lavoro, irregolare ed a basso costo.
Il nostro fermo convincimento è che la sola soluzione possibile al problema globale dei flussi migratori, passi inevitabilmente dalla rimozione delle cause sistemiche che l’anno prodotta: dentro questo sistema, l’immigrazione è inarrestabile perché è conseguenza dell’esistenza del sistema stesso. 

sabato 7 settembre 2013

L'UNGHERIA ESCE DALLA CRISI ECONOMICA E CACCIA IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

Il governo di Viktor Orban recupera la sovranità monetaria e mette il piede sull'acceleratore economico
di Federico Campoli
E' stato oggetto dei più violenti attacchi da parte di tutta Europa. E' stato chiamato dittatore, illiberale, fascista, razzista, anti-democratico. Avevano detto che le ricette per il suo Paese avrebbero portato l'Ungheria al disastro. Viktor Orban, però, non si è mai arreso. Negli ultimi tempi, il premier magiaro ha affrontato apertamente il Consiglio Europeo, rispondendo ad alcune delle tante accuse che gli erano state mosse. Poi, ha avviato i procedimenti per cacciare il Fondo Monetario Internazionale dal Paese. Una mossa che ha lasciato interdetti gli eurocrati, che già sghignazzavano all'idea di un'Ungheria che non sarebbe riuscita a colmare il suo debito nei confronti dell'Ue e del Fmi. Invece, a sorpresa, Budapest ha riconsegnato i 20 miliardi di euro, avuti nel 2008. Tre giorni fa, infatti, è stata pagata l'ultima rata da 2,5 miliardi. E lo ha fatto con un anno di anticipo. Il governatore della Banca Centrale Magiara, Gyorgy Matolcsy, aveva già annunciato questa mossa esattamente un mese fa. Ora, la presenza del Fmi "non è più utile all'economia ungherese" dichiara. Perciò può levare le tende. Una vittoria per il governo di centro-destra. Ma i buoni risultati ottenuti dal Fidesz non finiscono qui. Un altro successo consiste nell'abbassamento del tasso di disoccupazione. Già nel 2012, il livello dei senza lavoro era passato dal 10,9% al 10,3%. L'Italia si barcamena attorno al 12, mentre la media europea non riesce a scendere sotto l'11. Eppure, per qualche strana ragione, il governo guidato dal partito di centro-destra, Fidesz, di ispirazione cattolica e nazionalpopolare, è stato fortemente criticato dalla stampa per "l'alto tasso di disoccupazione" e per il grande numero dei "cervelli in fuga". Sarà, forse, perché si è sempre rifiutato di seguire i diktat "salvifici" dell'Unione Europea. In ogni caso, non solo l'Ungheria ha ripagato il suo debito, ma si classifica anche tra i paesi fuori dalla zona recessione. Bisogna, poi, tenere presente che Matolcsy è uomo di Orban e quando è stato messo alla dirigenza della BCM tutti i media e le istituzioni dell'Ue hanno aperto un fuoco mediatico sul governo di Budapest, per via della nazionalizzazione della Banca Centrale.
"La Repubblica", quotidiano da sempre oppositore di Viktor Orban, proprio non ci sta e evidenzia come qualcuno susciti dubbi sulla provenienza del denaro restituito al Fmi. In effetti, sorge spontanea la domanda su come sia stata possibile questa crescita inaspettata. Le risposte sono molteplici. Si potrebbe dire che la "statalizzazione soft" della Banca Centrale Magiara abbia contribuito molto a quanto pare. Matolcsy, infatti, è uomo di Orban e quando è stato messo alla dirigenza della BCM tutti i media e le istituzioni dell'Ue hanno aperto un fuoco mediatico sul governo di Budapest. Senza parlare, poi, della sovranità monetaria (in Ungheria la moneta avente corso legale è il fiorino). Poi ci sono quelle mosse che vanno proprio controtendenza. Mentre l'Italia si prostra per ottenere investimenti esteri, Budapest ha fatto tutto il contrario. Ad esempio, ha impedito l'acquisto di terreni agricoli da parte degli stranieri, così da tenere lontani gli speculatori. In pratica, solo gli ungheresi adesso hanno diritto a coltivare la propria terra. Inoltre, il governo ha stanziato 80 milioni di euro in favore delle aziende agricole. Il che ha favorito l'export di frutta e ortaggi, che rappresenta circa la metà dell'intero settore delle esportazioni del Paese. Queste politiche, si presuppone che porteranno alla creazione di altri 100mila posti di lavoro. Ma l'agricoltura non è il solo punto forte dell'economia magiara. Anche la tassa sulle compagnie energetiche, la Robin Tax, si classifica come uno dei principali motivi della ripresa ungherese. In pratica, questa tassa ha permesso la ridistribuzione delle ricchezze fra i cittadini, favorendo anche i prestiti alle imprese. E come se non bastasse, Budapest ha stanziato altri 250 miliardi di fiorini alle banche, che però dovranno concedere a loro volta in prestito a tasso zero. E altrettanti miliardi sono poi stati depositati in un fondo che aiuterà le aziende ungheresi a convertire i loro debiti dalla valuta estera in fiorini. Insomma, nonostante le parole infuocate di Bruxelles contro Budapest, nonostante le "infallibili" ricette della troika, bisogna riconoscere che il nazionalismo, effettivamente, paga.