Nel silenzio dell'estate è passata la modifica alla legge per l'accedere all'impiego pubblico. Ora rifugiati, immigrati senza cittadinanza potranno lavorare in scuole e ospedali
Dal 4 settembre anche chi non ha ancora la cittadinanza italiana
potrà lavorare nella Pubblica Amministrazione. A spalancare le porte del
pubblico impiego agli immigrati è la legge europea 2013
che lo scorso 20 agosto è arrivata sulla nostra gazzetta ufficiale. La
norma non lascia spazio ad interpretazioni e prevede l’accesso
all’impiego nella Pubblica Amministrazione anche per chi ha un permesso
di soggiorno di lungo periodo, lo status di rifugiato o lo status di
protezione sussidiaria.
Non importa che chi lavori nella nostra amministrazione sia italiano.
Per la legge europea basta il permesso di soggiorno. Una norma, quella
recepita da Bruxelles con cui l’Italia si è allineata alla normativa
dell’Unione Europea per evitare che scattasse la procedura d’infrazione.
L’accelerazione per l’approvazione delle nuove norme comunitarie arriva
anche dopo il pressing del ministro dell’Integrazione Cècile Kyenge,
che prima a febbraio poi a maggio già voleva far entrare in vigore la
legge per gli “immigrati statali” entro i primi 100 giorni di governo:
«Intendo portare avanti una legge che sarà la garanzia di accesso per i
migranti ai posti nella pubblica amministrazione, su esempio di ciò che
furono in le americane affermative action, politiche già applicate in
Gran Bretagna. È ora che si adegui anche l’Italia», aveva detto il
ministro. Le sue parole ora sono legge.
Va chiarito però un punto. La legge europea prevede che gli immigrati
non possano ricoprire ruoli professionali che «implicano esercizio
diretto o indiretto di poteri pubblici o che attengano alla tutela
dell’interesse nazionale». Non potranno cioè fare i militari, i
poliziotti o i magistrati. Però secondo il Centro Lavoratori Stranieri
della Cgil di Modena «potranno accedere ai concorsi per insegnante,
impiegato comunale, medico o infermiere». Quindi secondo i sindacati le
affermative act inglesi saranno applicate in salsa italiana.
La legge d’Oltremanica prevede infatti misure di tutela con quote di
impiego “bloccate” per chi appartiene a minoranze. Durante la
discussione per l’approvazione della norma, Pd, Sel e M5S
hanno presentato in commissione emendamenti per allargare le maglie del
disegno di legge europea. La proposta dei democratici, poi bocciata,
prevedeva l’accesso al pubblico impiego anche per gli immigrati «che
siano titolari di un permesso di soggiorno che consente lo svolgimento
di attività lavorativa». Una sorta di apertura totale del mercato del
lavoro statale a tutti gli immigrati presenti sul nostro territorio. Se
fosse passata la linea del Pd, per accedere ad un concorso pubblico
sarebbe bastato un semplice permesso lavorativo senza i paletti imposti
da Bruxelles che almeno prevedono una «lunga permanenza» nel Paese in
questione prima di poter accedere agli impieghi statali.
La legge europea parla chiaramente di tre tipologie di permesso. Il
primo è quello a “lunga permanenza”. Questo tipo di permesso di
soggiorno è a tempo indeterminato e può essere richiesto solo da chi
possiede un ulteriore permesso di soggiorno da almeno 5 anni. Poi c’è il
permesso di protezione sussidiaria, ha una validità di 3 anni e può
essere richiesto da tutti coloro che non possono dimostrare una
persecuzione personale ma si ritiene che rischino di subire un danno
grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra
interna o internazionale) se rientrassero nel proprio Paese. Infine c’è
lo status di rifugiato che viene concesso secondo la convenzione di
Ginevra a coloro che non possono o non vogliono tornare nel loro Paese
perché temono persecuzioni. Per richiedere il riconoscimento dello
“status di rifugiato” è necessario presentare una domanda motivata e
documentata, con l’indicazione delle persecuzioni subite e delle
possibili ritorsioni in caso di rientro nel proprio paese.
Le buone notizie per gli immigrati non finiscono qui. Sempre dal 4
settembre, come sottolinea la Cgil, «chi ha un permesso di soggiorno e
ha a carico almeno 3 figli, ed è a basso reddito avrà diritto
all’assegno Inps per le famiglie numerose». L’assegno
sinora era riservato agli italiani e ai cittadini europei. Di sicuro, un
ulteriore peso sulla previdenza non risolleverà le casse vuote
dell’Istituto guidato da Antonio Mastrapasqua.
Fonte: Libero del 27/08/2013
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